La misura della felicità.

Sono contento di dirvi di aver finito La misura della felicità di Gabrielle Zevin! In questa recensione farò molto spoiler, per cui se ancora non l’avete letto, e vorreste farlo, non proseguite.

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Il libro racconta di un libraio, A.J. Fikry, che una notte per caso si ritrova una bambina, Maya, in libreria, sola soletta con un pupazzetto, Elmo, e un biglietto lasciato dalla madre. L’ultimo desiderio della madre è quello di far crescere la bambina in una libreria, in modo che possa avere una buona cultura e incoraggiare la sua intelligenza. Maya, infatti, è molto sveglia e già sa dire all’età di due anni molte parole, e di capire i suoi sentimenti e quelli degli altri. Ho detto ultimo desiderio, perchè muore poco dopo averla lasciata da A.J.

A.J. è sempre stato un uomo abbastanza complicato, e una volta morta la moglie Nic, il tutto si è accentuato. Riuscirà a salvarsi proprio grazie a Maya e ad un amore inaspettato. La sua vita cambierà, e conoscerà finalmente le gioie di essere padre e di nuovo marito.

Fin qui tutto fila liscio, però i problemi ci sono eccome. Innanzi tutto, il libro ha in copertina una citazione:

Come una bambina insegnò a un libraio ad amare i libri.

Questa citazione, e anche la sinossi, sono il preludio di un libro che dovrebbe incentrarsi su Maya e sul rapporto padre/figlia. Invece il libro va ben oltre. Maya è sì l’input, è sì la scintilla che permette al libro di cominciare davvero, ma poi finisce lì. Si sorvola tutto il processo che A.J. ha dovuto subire per ottenere l’affidamento della bambina, e si arriva dritti al punto in cui sono una famiglia felice e tutti li adorano. Tanto è vero che mentre Maya cresce, si racconta di più sui personaggi secondari e sulle loro vite, e soprattutto A.J. trova l’amore, e tutto si incentra su lui e lei.

Io ho amato il libro, ma avrei preferito non farmi deviare da una copertina e dalla sinossi, avrei preferito leggere senza aspettative. Perchè mi aspettavo una storia, appunto, su un padre e una figlia che si amano. Invece, seppur questo c’è, è solo marginale, perchè alla fine è di A.J. che si parla tutto il tempo, è lui protagonista indiscusso della storia.

La parte che invece non ho amato è quella finale. La scrittrice, una volta appurato che stesse andando tutto a gonfie vele, doveva necessariamente scrivere di una catastrofe. Insomma, ogni storia moderna finisce con un cancro, ma non è questo che succede sempre nella vita reale, oppure anche se accade, magari il lettore vorrebbe svagarsi e pensare che almeno una volta possa esserci un lieto fine e basta, senza fronzoli. Invece sembra che il lieto fine debba essere negato. Perchè seppure Maya e Amelia trovano la loro strada, e così personaggi come Ismay e Lambiase, alla fine il protagonista non c’è più.  E un libro che poteva essere un modo carino per immaginare che una seconda possibilità senza sacrifici o forzature possa esserci, diventa un modo per far capire che la seconda possibilità c’è ma è fugace e ha sempre un duro prezzo da pagare.

Insomma, a me il libro è piaciuto, ma ecco avrei voluto un finale diverso. In più anche se Maya è comunque la motivazione di tutto, avrei voluto fosse più presente.

Do quindi a questo libro 4 stelle, mi dispiace di non poter dare la quinta. Voi l’avete letto? Che ne pensate? Lasciate un commento qui sotto!

Ca 😉

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